lunedì 29 gennaio 2018

Il Re Mohammed VI presiede la cerimonia di firma del Piano Industriale regionale Souss-Massa dedicato anche all’Africa

Il 28 gennaio è stata presentata ad Agadir l’attuazione del Piano d'accelerazione industriale 2014 - 2020 regionale nella regione Souss-Massa in Marocco con la firma di otto convenzioni in presenza del Re Mohammed VI.
Tale progetto industriale si iscrive nella visione del Sovrano marocchino che raccomanda, attraverso la messa in campo del processo di regionalizzazione avanzata, uno sviluppo territoriale equo, equilibrato, incluso ed adeguato alle specificità di ogni regione. Mira di fare dall’istituzione (la regione) un polo economico capace di creare lavoro, valorizzare le sue ricchezze e di sostenere i suoi settori produttivi per garantire una crescita inclusa, al servizio del cittadino. 
In questa occasione è stato proiettato un documentario istituzionale sulla sviluppo del Regno durante l'ultimo decennio particolarmente nei progetti strategici di vari settori (infrastrutture, formazione, industria, energie rinnovabili,…). 
Il ministro dell'Industria, dell'Investimento, del Commercio e dell'Economia digitale, Moulay Hafid Elalamy, ha sottolineato che “l'industria adotta, conformemente alle Alte istruzioni Reali, un approccio regionale, per avvicinare le attività produttive ai cittadini, di capitalizzare sul potenziale di tutte le nostre regioni”. 
 “Il progetto industriale di Souss-Massa porta l'ambizione di creare 24.000 nuovi posti di lavoro a lungo termine, in partenariato con le federazioni professionali di cui i primi saranno generati dai progetti firmati oggi da investitori privati”, ha sottolineato Elalamy. Di conseguenza, ilprogetto intende consolidare i settori industriali nel rispetto totale delle norme ambientali e della vocazione turistica della regione. 
Cosi la regione Souss-Massa conoscerà un grande sviluppo locale, infatti, nel settore della produzione agroindustriale, sarà stabilita in piattaforma di trasformazione di prodotti agricoli destinati sia al livello nazionale che al continente africano, e in questo ambito un partenariato fortificato tra i ministeri dell'agricoltura e dell'industria è stato predisposto a favore degli operatori, attraverso un programma congiunto d'accompagnamento che implica il Fondo di Sviluppo Industriale ed il Fondo di Sviluppo Agricolo. 
L'infrastruttura del settore della costruzione navale impegnerà a livello nazionale circa 5 miliardi di dirham d'investimento. Una componente “Chantier Naval Souss-Massa” ovvero cantiere navale Souss-Massa è ben integrata. Il settore della chimica conoscerà da parte sua, un accompagnamento specifico, favorendo lo sviluppo dei settori della chimica organica e della chimica verde. 
Nuovi ecosistemi saranno sviluppati in particolare, in settori emergenti supporti d'accelerazione industriale, come il subappalto automobile, l’offshoring, il cuoio, i materiali di costruzione e l’industria della plastica. 
Per sostenere quest'ambizione regionale ed oltre all'accompagnamento del settore bancario, cinque supporti complementari saranno predisposte: 
Una Zona Franca Industriale di 300 ettari, integrata in una zona urbana che darà accesso ad una finanziaria industriale di standard internazionali ed a prezzi competitivi. Questa Zona Franca permetterà di rafforzare l'attrattiva della regione e di svolgere attività esportatrici e creatrici di lavoro. 
L'implicazione dell’Ufficio della Formazione Professionale e della Promozione di Lavoro (OFPPT) per la formazione delle risorse umane per accompagnare gli industriali nella formazione e la qualificazione dei loro lavoratori dipendenti. 
La realizzazione di un Technopark e di una Città dell'innovazione. Questo Tecno parco sarà destinato alle piccole e medie imprese ed allo Start-up del settore della tecnologia dell’informazione e della comunicazione (TIC) e metterà a loro disposizione locali pronti all'uso con servizi d'accompagnamento. La Città dell'innovazione permetterà, inolte, di dotare la regione di un'infrastruttura d'accoglienza tecnologica che facilita l'accompagnamento dei giovani portatori di progetti innovativi. 
500 milioni di dirham saranno destinati dai Fondi di Sviluppo Industriale ed Agricolo, ai progetti industriali della regione, mentre il settore privato di Souss-Massa, dedicherà altri 500 milioni di dirham per investire in questi progetti industriali. 
Grazie a questa nuova implicazione di tutti i destinatari, i progetti industriali che saranno sviluppati nella regione Souss-Massa, potranno essere realizzati dagli operatori con un contributo limitato al 20% dell'importo di questi progetti. Infatti, altri 20% saranno portati da investitori privati della regione, il 20% supplementare proverrà da sovvenzioni dei Fondi di Sviluppo Industriale e dell'Agricoltura. Ed il 40% restante sarà finanziato, a condizioni vantaggiose, dal settore bancario. 
Per attuare questo Piano d'accelerazione industriale, il Re Mohammed VI ha presieduto la cerimonia della firma di 8 convenzioni e di un protocollo d’intesa, e la concretizzazione di 11 investimenti industriali locale. 
Questa cerimonia si è svolta in presenza in particolare di consiglieri del Re, di membri del governo, dei presidenti dei consigli regionali, di operatori economici e di tante altre personalità.

venerdì 12 gennaio 2018

Il Governo marocchino non risponde all’opinione dell’avvocato della Corte di Giustizia dell’UE sull’accordo bilaterale di pesca

Un comunicato stampa è stato pubblicato, il 10 gennaio 2018, dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea (CGUE), sulle conclusioni del suo avvocato generale Melchior Wathelet, nel rinvio pregiudiziale che riguarda l'Accordo sulla pesca tra il Marocco e l'Unione europea. Infatti, l’avvocato generale pretende che “l’accordo di pesca concluso tra l’UE e il Marocco è invalido per il fatto di essere applicabile al Sahara”.
Da osservare subito che dai termini del comunicato, l’avvocato generale della Corte, Melchior Wathelet, ha emesso conclusioni che, dal loro semplicismo ed la loro estrema radicalità, sono fondamentalmente incompatibili con la ricchezza e la profondità delle relazioni tra il Marocco e l'UE, incompatibili con la specificità della questione di Sahara e le prove giuridiche e politiche.
Le conclusioni di Wathelet stupiscono con la loro parzialità, gli argomenti di legalismo dichiarati nascondono male la loro pura natura politica e rivelano un'ignoranza profonda dei fatti e una ignoranza ovvia del diritto internazionale. È da precisare che le sue conclusioni sono individuali, espresse in fase preliminare della procedura (se ci sarà) e non rappresentano la posizione dei giudici della Corte e nemmeno il verdetto finale della Corte, che sarà reso soltanto in fine di procedura.
Ma, se tali conclusioni sono un non-evento dal punto di vista giuridico, sono davvero una fonte d'interrogazione dal punto di vista politico, poiché, fanno sospettare che la questione politica è ben motivata nei contenuti apparsi. Questo sospetto è più che giustificato da quanto questo stesso avvocato aveva emesso, nel settembre 2016, conclusioni politiche sull'Accordo agricolo Unione Europea - Marocco; conclusioni che sono state confutate dai giudici della Corte nel loro verdetto finale che aveva concluso alla legalità accordi tra il Marco e l'UE e alla non-ricevibilità dei ricorsi dei separatisti del “Polisario”, peggio ancora, aveva condannato il “Polisario” per pagare le spesse al tribunale europeo.
Da considerare, che è importante rilevare che il governo marocchino non ha reagito o commentato le opinioni dell’avvocato, ciò dà prova che il Marocco si sente fiducioso dei suoi diritti, sereno nella sua legittimità e forte dell'unità nazionale attorno alla sua Sacra Causa ovvero Sahara marocchino. Il silenzio ufficiale marocchino si spiega, inoltre, con il fatto che il Marocco non è parte nel dossier e, dunque, rimane estraneo dalla procedura aperta dinanzi alla CJUE e non si considera legato dalle conclusioni dell’avvocato.
Ma ogni osservatore informato non possa che respingere queste conclusioni, attraverso le quali l’avvocato del CJUE si è arrogato il diritto di prendere parte su questioni strettamente politiche.
Per non dimenticare che le relazioni tra il Marocco e l'UE hanno dimostrato la loro forza, la loro ricchezza e la loro resilienza. L'Accordo sulla pesca che è uno fra altri elementi di un partenariato diversificato tra le due parti, non è stato mai richiesto dal Marocco, infatti, è stato l'Unione europea a richiederlo e ha insistito sul suo rinnovo che dovrebbe essere nei mesi prossimi. Di concreto, tre giorni fa, la Commissione Europea ha chiesto ufficialmente di rinnovare l'Accordo sulla pesca, prima della sua scadenza a luglio. Allo stesso modo, la Commissione Europea ha dimostrato pubblicamente, in una relazione ufficiale recente, basata su studi in Sahara, che l'Accordo sulla pesca produce vantaggi socioeconomici sostanziali per le popolazioni e contribuisce, pertanto, allo sviluppo.
Se le conclusioni dell’avvocato suonano male nel discorso generale dell'Unione europea in confronto al Marocco, però indicano che una molteplicità sconcertante di alcuni intervenuti e voci nell'UE metterebbero fragile la coerenza delle posizioni dell'Europa e compromettono le basi del partenariato compatto ed affidabile che l'UE ed il Marocco auspicano.
A seguire la logica contestabile dell’avvocato, uno Stato che “non avrebbe diritti” su una parte del suo territorio, non vi avrebbe neppure responsabilità! Questa logica, però, non regge, è smentita ogni giorno dall'UE stessa, per esempio, con chi l'Europa coopera quando si tratta di arginare la minaccia terroristica? Con chi l'Europa lavora nella lotta contro l'immigrazione irregolare? Su chi l'Europa conta quando si tratta di preservare la pace e la stabilità? Verso chi l'Europa si rivolge, certamente verso il Marocco.
Sia il Marocco che l'UE, devono stare sereni ma prudenti, di fronte ai tentativi ripetitivi di compromettere le basi delle loro relazioni e mettere in pericolo l'affidabilità del loro partenariato. Pur denunciando le incoerenze e il doppio linguaggio di alcuni protagonisti europei, che si assumano la piena responsabilità delle loro azioni, occorre salutare la posizione delle Istituzioni e Stati membri dell'UE che hanno ribadito il loro attaccamento al partenariato multidimensionale con il Marocco.


martedì 2 gennaio 2018

Marocco - Liberia: Colloquio telefonico tra Re Mohammed VI e neo presidente Weah

Il Re del Marocco, Mohammed VI ha avuto, lunedì, un colloquio  telefonico con il Presidente eletto della Repubblica della Liberia, George Weah, nel quale il Sovrano ha ribadito le sue vive congratulazioni Weah per la sua elezione alla guida del suo paese.
Il colloquio è stato anche l'occasione per Weah di ribadire al Sovrano la sua ferma volontà di rinforzare le relazioni multidimensionali che legano la Repubblica della Liberia al Regno del Marocco.
Infatti, nel suo messaggio di congratulazioni inviato a Weah sabato 30 dicembre, il Sovrano marocchino aveva affermato che la fiducia avuta, attraverso queste elezioni presidenziali, attesta la stima del popolo liberiano per Weah grazie alle sue nobili qualità umane e al suo sincero desiderio di promuovere gli interessi del suo popolo, sottolineando che “questa elezione testimonia la forte volontà dei liberiani di consolidare la transizione democratica e di muoversi con fiducia verso il raggiungimento delle loro aspirazioni per un futuro prospero”.
Partendo dai legami della “fraternità africana e dalla solidarietà attiva tra i popoli marocchino e liberiano, nonché i rapporti di cooperazione fruttuosa e stima reciproca tra Marocco e Liberia”, il Re ha espresso la sua determinazione a lavorare con Weah per rafforzare queste relazioni in tutti i settori al servizio degli interessi dei due popoli e di erigere ponti per promuovere la cooperazione reciproca e la solidarietà tra paesi africani e i loro popoli che ambiscono maggiore progresso, prosperità e sviluppo sostenibile in un ambiente sicuro e stabile.



domenica 24 dicembre 2017

Intervista al ministro dell’Interno Marco Minniti: “Abbiamo aperto il primo corridoio umanitario dalla Libia”

Intervista al ministro dell’Interno Marco Minniti: “Abbiamo contenuto i flussi migratori. Chi arriva in Italia è rifugiato e non più richiedente asilo”.

di Vladimiro Polchi, La Repubblica

24 dic. 17

«Sei mesi fa, quando l’Italia ha visto approdare in un solo giorno 26 navi cariche di migranti, nessuno ci avrebbe creduto. Invece, dopo aver contenuto i flussi, abbiamo messo in piedi il primo corridoio umanitario della storia, dalla Libia a un Paese europeo».
Il ministro dell’Interno, Marco Minniti, esce dal Senato dopo il via libera alla legge di bilancio, con negli occhi ancora le immagini dei rifugiati atterrati venerdì sera a Pratica di Mare: «Nel 2018 fino a 10mila profughi potranno raggiungere senza rischi l’Europa attraverso corridoi umanitari, mentre stando agli obiettivi dell’OIM 30mila saranno i migranti senza diritto all’asilo che potranno tornare a casa con rimpatri volontari. Quest’anno già lo hanno fatto in 18mila. Con la cooperazione delle autorità libiche, abbiamo costruito un nuovo modello di gestione dall’altra parte del Mediterraneo».
Intanto però in Senato affonda definitivamente la legge sulla cittadinanza.
«Purtroppo siamo arrivati troppo tardi a porla come centrale in questa legislatura. Ma è una riforma necessaria, che deve restare all’ordine del giorno del Paese. Lo ius soli infatti non è una legge sull’immigrazione, ma sull’integrazione, tassello cruciale delle politiche migratorie, di cui fanno parte anche controllo dei flussi e corridoi umanitari».
Come funzioneranno i corridoi?
«Grazie anche agli accordi tra Roma e Tripoli, il personale Unhcr ha potuto selezionare in Libia chi ha diritto alla protezione internazionale. Chi arriva in Italia, insomma, è rifugiato e non più richiedente asilo. Le organizzazioni internazionali inoltre sono già messe in condizione di visitare i centri d’accoglienza e migliorarne le condizioni di vita, oggi ancora inaccettabili».
Non si poteva fare questo prima di chiudere la rotta mediterranea e intrappolare migliaia di migranti in Libia?
«Con i corridoi si è raggiunto il completamento di un disegno complessivo del fenomeno. Solo dopo esserci mostrati credibili nel contrasto all’illegalità dei flussi, abbiamo potuto costruire percorsi legali per i migranti presenti in Libia. Per questo, prima si è agito sul controllo del confine marittimo, attraverso il potenziamento della Guardia costiera libica. Poi di quello terrestre a sud della Libia, che ha impedito al Paese di trasformarsi in un collo di bottiglia. E in questa direzione va letto l’invio di un contingente militare italiano in Niger. E ancora: col premier al-Serraj abbiamo messo in piedi un’operation room italo-libica contro il traffico di esseri umani, basata sulla collaborazione tra Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo e procura di Tripoli. A gennaio prevediamo infine il completamento di un intenso programma di aiuti umanitari già avviato verso le città libiche crocevia dei trafficanti. Bisogna capire che se l’immigrazione è un fenomeno strutturale, non può essere più risolta con politiche emergenziali».
Com’è la situazione sul fronte accoglienza?
«Siamo fuori dall’emergenza di qualche mese fa. Registriamo un significativo calo degli sbarchi e un’impennata dei ricollocamenti: quest’anno abbiamo trasferito in altri Paesi Ue oltre 11mila migranti, lo scorso anno eravamo fermi a quota 2.500».
A febbraio lei ha firmato un Patto con le principali associazioni islamiche. Qual è il prossimo passo?
«Se l’unificazione dei musulmani andrà avanti, potremmo passare presto dal Patto all’Intesa, che formalizzerà la costituzione di un islam italiano. Una piccola rivoluzione copernicana».
Recentemente lei ha rilanciato l’allarme foreign fighters di ritorno. L’Italia è pronta alla sfida della minaccia terroristica?
«Quest’anno abbiamo già espulso 103 persone, utilizzando uno straordinario strumento di prevenzione: il rimpatrio per motivi di sicurezza nazionale. Basta infatti l’abbozzo di un disegno terroristico per intervenire, senza che ci sia una progettualità effettiva. Abbiamo poi preso misure eccezionali di controllo del territorio, anche sotto questo Natale. Per il resto, in una fase di prevedibilità zero degli attacchi terroristici, come ha dimostrato l’attentato al mercatino di Berlino, mantengo un atteggiamento scaramantico e prudente. Ma intanto ricordo ancora con gioia lo scorso Capodanno, quando a Roma, via dei Fori imperiali blindata per motivi di sicurezza fu invasa da gente festosa. E anche quando durante il 60° anniversario dei Trattati di Roma non impedimmo a nessuno di manifestare. Ecco, per me sicurezza e libertà vanno sempre tenuti assieme».
A proposito di sicurezza, un liceale 17enne è stato accoltellato pochi giorni fa a Napoli.
«Di Napoli me ne occupo dall’inizio del mio mandato. Già è in corso da parte delle forze dell’ordine un’operazione di saturazione del territorio, portata avanti anche con la videosorveglianza, come nel rione Sanità. Lo Stato è presente e non mollerà mai, come a Ostia, dove dobbiamo liberare il litorale dalle organizzazioni criminali. Ricordo che quest’anno abbiamo sciolto 21 consigli comunali per mafia, contro gli 8 dello scorso anno: uno scioglimento non è certo una festa per la democrazia, ma uno strumento utile a colpire le infiltrazioni mafiose nelle istituzioni. Ma tutto questo da solo non basta».
Di cos’è fatta allora la sicurezza?
«La sicurezza è fatta anche di lavoro sulle periferie, inclusione sociale, educazione. È un problema di modelli di vita, di costruzione delle coscienze, per questo è stata bella la manifestazione di Napoli in risposta all’aggressione del liceale. La verità me l’ha detta Massimo, un ragazzo che ha costruito un centro sociale al Corviale, a Roma: la maggioranza delle persone è perbene e una politica riformista deve impedire che una minoranza criminale vinca su questa maggioranza».



L’INTERVISTA. Grasso: «Il mio obiettivo è riportare a casa gli elettori che votano i 5 Stelle»

Il presidente del Senato: «Io ai duelli tv? Non mi candido per X Factor». «Loro gridano onestà tre volte? Be’, io lo posso dire anche cinque»

  di Massimo Franco

Lasciate che i grillini vengano a me. E si convertano alle istituzioni. Non lo dice proprio con queste parole. Ma la strategia di Pietro Grasso, presidente del Senato e leader di Liberi e uguali, la sinistra alternativa al Pd, sembra proprio questa: convincere ad andare alle urne chi negli ultimi anni si è astenuto. E «riportare a casa» i voti di quei settori dell’opinione pubblica che, per rabbia o per protesta, hanno gonfiato le percentuali del M5S. «Loro gridano onestà tre volte? Be’, io lo posso dire anche cinque», rivendica. Su Matteo Renzi, invece, Grasso è stranamente cauto; idem su Maria Elena Boschi: guarda oltre. E spiega perché ha deciso di fare politica mantenendo la seconda carica dello Stato.

Non ha scelto bene il momento per diventare un capo partito. Il Senato è esposto.
«Veramente, il Senato è stato esposto da una legge elettorale votata senza permetterci di discuterla dopo il sì della Camera; e dopo cinque voti di fiducia. A quel punto ho sentito l’esigenza di dare un segno di discontinuità politica uscendo dal Pd. Prima ho fatto quello che dovevo, garantendo che andasse in porto per dovere istituzionale. Poi ho preso carta e penna, senza consultare nessuno, e ho comunicato che lasciavo il Pd. La tempistica non è stata una mia scelta. Non ho pensato al seguito, e invece si è innescato un meccanismo che mi ha portato a impegnarmi direttamente in politica. È la prima volta, ma lo faccio con convinzione e vero entusiasmo».
Il Senato è uscito rilegittimato dal referendum del 4 dicembre del 2016. Non teme di delegittimarlo?
«Per pronunciarmi ho aspettato l’approvazione in prima lettura della legge di Bilancio. E comunque, no: ho mantenuto una perfetta indipendenza e autonomia. L’ho fatto in questi anni e continuerò a farlo ancora di più ora. I tempi stretti della legislatura mi hanno indotto a compiere il passo finale. D’altronde, quando tre ragazzi, Speranza, Civati e Fratoianni sono venuti a propormi il loro progetto, ho capito che potevo e dovevo rendermi ancora utile».

I «tre ragazzi» fanno pensare a Liberi e uguali come a una «Cosa rossa» aggiornata; e che li abbiano mandati Bersani e D’Alema.
«Tecnica antica, quella di demonizzare qualcuno per inficiare il ruolo di altri. Non sono mai stato strumento di nessuno, né da magistrato né adesso. L’etichetta di «Cosa rossa» era stata confezionata dagli avversari prima ancora che l’operazione partisse. Il progetto è diverso».
Lo è riuscito a cambiare lei?
«Certo vogliamo cambiarlo. Il coinvolgimento di Rossella Muroni, fino a ieri presidente di Legambiente, è un primo segnale. Ci rivolgiamo a settori del mondo cattolico, dei sindacati, di associazioni, in una parola dei corpi intermedi. Parliamo a una realtà potenziale molto più larga da coinvolgere. Il mio obiettivo è costruire un movimento dal basso che riduca le disuguaglianze e la povertà. La parola leader non mi piace».
Nel simbolo c’è il suo nome.
«Ero contrario, se non altro per pudore. Ma era necessario per farci riconoscere: succede alle nuove formazioni, anche «+Europa» ha messo il nome della Bonino».
Perché non si è dimesso?
«Invece di risolvere un problema, ne avrei creati alle istituzioni. Problemi seri, con i numeri del Senato in bilico e al termine della legislatura. Sarebbe stato un ulteriore elemento di instabilità».
Lei non è uomo da duelli televisivi duri. Parteciperà ai confronti in tv?
«Mi candido per il Parlamento, non per X Factor. Non mi interessa affascinare, né scontrarmi secondo logiche che non mi appartengono. La mia idea di politica non è la battaglia televisiva ma presentare la soluzione dei problemi. Se è necessario parteciperò ai confronti ma non amo gli scontri. Io voglio partire dai valori di sinistra con un progetto che guardi ben oltre le elezioni».
Come convincerà gli elettori che il voto a voi è utile, e non favorisce M5S o centrodestra?
«Guardi, noi ci proponiamo come sinistra di governo non come fine ma come mezzo per cambiare la rotta su lavoro, scuola, sanità. E vogliamo spiegare che non serve un voto solo di protesta. In più, con questo sistema, di fatto proporzionale, non ci sarà un vero vincitore. La storia del voto utile non regge».
Non ci sarà un vincitore ma la sinistra si candida a essere perdente.
«Vogliamo riportare al voto chi oggi si astiene perché deluso. Il Pd i consensi li ha già persi con l’astensione o col voto al M5S. Contiamo di recuperarli dando un’alternativa».
Il Pd continuerà a perderli?
«Lo dicono i dati. Noi saremo la rete che raccoglierà quel consenso prima che vada altrove».
Influisce l’andamento dei lavori della Commissione d’inchiesta sulle banche?
«Bisogna aspettare che finisca i lavori per capire meglio».
Nel suo partito c’è chi chiede le dimissioni di Boschi.
«Non affronto il problema delle sue dimissioni. O senti di darle per tue ragioni personali, o perché te le chiede qualcuno a cui non puoi dire di no. Per ora non si sono verificate queste condizioni».
Quanto influisce sulle difficoltà del Pd la sconfitta referendaria del dicembre 2016?
«Il referendum ha mostrato una partecipazione di popolo straordinaria. Molti hanno visto nella riforma, collegata con l’Italicum, un indebolimento della nostra democrazia. Le riforme vanno fatte con un altro approccio: merito e metodo di quella riforma l’hanno resa un’occasione mancata».
Le è pesato molto gestire il referendum dal Senato che doveva essere abolito?
«Fa parte del ruolo gestire con imparzialità provvedimenti che posso anche non condividere».
Cosa votò al referendum?
«Prima che arrivasse in Aula avevo espresso le mie perplessità, ma non mi sono espresso durante la campagna e non lo farò neanche ora».
Quindi potrebbe anche votare Pd e non dirlo.
«Rispondo con una battuta: se venisse sulla nostra linea... ma non mi sembra possa accadere. Io sono inclusivo, non metto veti».
Non è troppo facile prendersela con Renzi oggi? Per anni la nomenklatura del Pd, compresi alcuni che stanno con lei, non hanno fiatato.
«Non sono tra quelli che ne fanno una questione personale: ho avvertito una distanza crescente con le politiche attuate, e non ne ho fatto mistero. La campagna elettorale si fa sui contenuti. Se non c’è Renzi ma si continua con la stessa politica, le distanze con noi non si accorciano».
La descrivono come possibile garante di un M5S che si avvicina al governo.
«Su molti temi, a cominciare dall’Europa e dalla moneta unica, siamo distanti: pensare a un referendum sull’euro, tra l’altro, non è previsto dalla Costituzione. Più che parlare col M5S dopo le elezioni, preferisco parlare ora con i suoi elettori, convogliando la loro rabbia nell’ambito istituzionale. Vorrei riportarli a casa».
Vuole togliere voti al Pd e a Grillo?
«Non metto limiti, magari convinceremo anche elettori di centrodestra: quelli che prima erano i problemi di pochi sono diventati problemi di molti: precari, giovani professionisti, chi ha una piccola attività, una partita Iva».
Ha qualcosa da rimproverarsi per la decadenza di Silvio Berlusconi da senatore?
«Ho applicato la legge Severino e il regolamento del Senato. E l’Aula nella sua sovranità ha votato».
Vorrebbe che partecipasse alla campagna elettorale?
«Già partecipa».
Come candidato.
«Non dipende da me».


venerdì 15 dicembre 2017

Perché la comunità marocchina partecipa attivamente nelle marce di ALQOS (Gerusalemme) in Italia?

Noi membri della comunità marocchina in Italia convinti e partecipiamo attivamente nelle marce di ALQOS (Gerusalemme) in Italia:
Sulla base delle posizioni storiche del Marocco sia da parte popolare che istituzionale relative al diritto del popolo palestinese, nella sua resistenza e nella sua lotta legittima per liberarsi dall'occupazione israeliana e per godere di tutti i suoi diritti al ritorno in Patria ed all'instaurazione del suo Stato indipendente sulla base delle frontiere del 1967 e con Al-Qods come capitale.
La questione palestinese in Marocco è una causa centrale e nazionale.
Il nostro Re Mohammed VI è presidente del Comitato Al-Qods che fa parte dell'Organizzazione della Cooperazione Islamica (OCI) che rappresenta 57 paesi musulmani e più di un miliardo di cittadini.
Conformemente alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ed a tutte le decisioni e raccomandazioni internazionali che stipulano l’urgenza di porre fine all'occupazione israeliana dal territorio palestinese, il ritorno dei rifugiati e la fine delle aggressioni contro il popolo palestinese ed il recupero dei suoi diritti beffati.
Quindi,è ovvio che noimembri della comunità marocchina partecipiamo con la Palestina a Firenze, Torino, Roma, Bologna, Bergamo, Napoli e in tutte le città italiane per:
Per sottolineare che il riconoscimento degli USA della città Al-Qods (Gerusalemme) occupata come capitale dello Stato d'occupazione e trasferimento della loro ambasciata in questa città santa costituisce un atto contrario alla legittimità internazionale e consolida un'occupazione iniqua e pregiudica i diritti del popolo palestinese. Pertanto, questo riconoscimento non è assolutamente legittimo siaal livello giuridicochea quello dei diritti dell'uomo e al livello diplomatico.
Per sottolineare che questo genere di atto costituisce un attacco grave al processo di pace e incoraggia Israele a proseguire le sue violazioni dei diritti del popolo palestinese, tali diritti sostenutidalla Comunità internazionale e da tutti i paesi del mondo.
Per sottolineare che il continuo sostegno americano all'occupazione israeliana e all'aggressione contro i diritti del popolo palestinese, sui piani militare, diplomatico e politico, costituisce una sfida a tutti i popoli che sostengono la pace e una costanza di voler attizzare le tensioni ed i conflitti nella regione del Medio Oriente.
Per riconfermarela solidarietà marocchina con il popolo palestinese per recuperare tutti i suoi diritti nella realizzazione del suo Stato nazionale indipendente con Al-Qods come capitale.
Per richiedere a tutti i paesi ostili all'occupazione ed a tutti gli onesti del mondo, innamorati di pace ed attaccati ai diritti dell'uomo di bloccare quest'iniziativa americana le cui conseguenze saranno disastrose per la regione ed il mondo intero.

Venerdì 15 dicembre 2017

1.       Yassine Belkassem, RACMI e FAT
2.       Yahya El Matouat, Spazio Marocchino-Italiano per la Solidarietà, Milano.
3.       Charqi Aziz, associazione Tawassol, Vicenza.
4.       Loussine Ait Aala, Associazione Solidarietà Italo - Marocchina per lo Sviluppo e la Partecipazione, Treviso.
5.       Berriria Abdellah, Associazione Assalam Piombinoe Val di Cornia
6.       Afarfar Miriam, comunità marocchina in Toscana.
7.       Nahli Abdelfattah, Associazione marocchina,Firenze
8.       Maltof Mohamed, comunità marocchina diBergamo.
9.       Said Hammada, Associazione Al Yamama, Torino.
10.    Nadia Bousada, comunità marocchina, Lombardia.
11.    Wahid El Fihri, Associazione italo-marocchina per la cultura e l’integrazione, Ferrara.
12.    Dott. Said Ben Cheikh, comunità marocchina a Piacenza.

13.    Prof Abdelhak Igoudyane Associazione Alqods Acharif-Italia

mercoledì 13 dicembre 2017

Parigi. La leadership africana di Re Mohammed VI nella causa del clima e dello sviluppo sostenibile molto apprezzata da “One Planet Summit”

La partecipazione e la leadership del Re Mohammed VI del Marocco per la promozione dello sviluppo sostenibile del continente africano sono state salutate all'apertura del vertice internazionale sul clima (One Planet Summit), organizzato martedì a Parigi. 
“Ringraziamo SM il Re Mohammed VI che con la sua presenza a questa seduta d'apertura ha segnato il suo impegno per la causa del clima e attraverso l'organizzazione della COP 22, la sua leadership per lo sviluppo sostenibile del Continente africano e un programma ambizioso di sviluppo delle energie rinnovabili (…), Sua Maestà il Re Mohammed VI dimostra quanto la questione del clima è universale e riguarda tutti i paesi del sud e del nord. Permettetemi ugualmente di sottolineare che la presenza del Principe Ereditario Moulay El Hassan è ugualmente un simbolo forte dell'implicazione della gioventù per difendere il futuro del pianeta”, ha detto il relatore dell’apertura dei lavori del vertice, in presenza del presidente francese, Emmanuel Macron, del Segretario generale dell'ONU, Antonio Guterres e del presidente della Banca mondiale, Jim Yong Kim, come pure dei capi di Stato e delle delegazioni che partecipano a questo evento mondiale. 
Il mondo sta “perdendo la battaglia” contro il deregolamento climatico, allerta il presidente francese, che è dietro l’iniziativa di questo vertice battezzato “One Planet Summit”. 
“Non ci vuole fuorviarsi, si passa un momento molto buono ma si sta perdendo la battaglia, coloro che erano prima di noi avevano una fortuna, potevano dire “non si sapeva”, ha aggiunto. “Qui si sta giocando una nuova tappa della nostro lotta collettiva”, ha ancora detto Macron, perche “non si va abbastanza veloce”. Il “vertice del periodo” ha lo scopo di individuare finanziamenti supplementari per rispettare gli obiettivi di limitazione del riscaldamento contenuti nell'accordo di Parigi, adottato due anni fa. 
Organizzato su iniziativa del presidente francese, congiuntamente con l'ONU e la Banca mondiale, il vertice di Parigi sul clima vuole in particolare per ambizione di implicare le finanze pubbliche e private attraverso azioni e soluzioni concrete, innovative e solidali a favore particolarmente dei paesi del sud del mondo e delle popolazioni più vulnerabili.
La partecipazione del Re Mohammed VI al vertice riflette un impegno nazionale e si fonda su una visione continentale del Sovrano in tema di lotta contro il cambiamento climatico. Lo ha affermato il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale del Marocco, Nasser Bourita. Una presenza  che “riflette innanzitutto l’importanza attribuita dal Sovrano, a livello nazionale, al tema del cambiamento climatico come dimostra l’avvio di una serie di programmi e progetti”. “Il Marocco ha ambizioni specifiche in termini di riduzione dei gas a effetto serra e di un ricorso sempre maggiore alle energie rinnovabili entro il 2030”, ha aggiunto Bourita, sottolineando come il Regno, sotto la guida del Sovrano, abbia sviluppato allo stesso modo i programmi di efficienza energetica e sulle energie rinnovabili. 
Non è per caso che l’esempio marocchino è stato apprezzato in questa vertice, infatti, i discorsi e messaggi del Re, dalla sua intronizzazione , contengono tanti appelli di chiarezza, di responsabilità e di solidarietà per affrontare il deregolamento ed all'urgenza climatica. 
Nel 1992, il Re Mohammed VI, allora principe ereditario aveva condotto la delegazione marocchina al vertice della Terra a Rio de Janeiro.
Il suo discorso del 15 novembre 2016, dinanzi alla seduta di alto livello della COP 22 (Marrakech dal 07 al 18 novembre 2016) costituisce un riferimento quanto alla concezione e la percezione del Regno della gestione multilaterale delle questioni ambientali nel quadro di una solidarietà intergenerazionale. 
In occasione del segmento di alto livello della COP23 a Bonn, il Presidente francese,  il Presidente dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite e la Cancelliere tedesca hanno salutato l'impegno del Marocco a favore del clima e la sua leadership nel quadro della sua presidenza del COP22 tenuta, l'anno scorso ad Marrakech.
Pertanto, il Marocco ha preso iniziative precise per produrre, da oggi e entro 2030, il 52% della sua energia da risorse rinnovabili.
Oggi, il Marocco è sollecitato dai paesi africani in particolare attraverso il Centro di Competenze sul Cambiamento Climatico.