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martedì 20 novembre 2018

Rafforzamento di partenariato strategico tra i Regni del Marocco e della Spagna era al centro dei colloqui di Pedro Sanchez a Rabat


Il rafforzamento del partenariato strategico tra i Regni del Marocco e della Spagna era al centro dei colloqui di Pedro Sanchez, Capo del governo spagnolo, che ha effettuato la sua prima visita al Marocco il 19 novembre 2018.
Secondo il comunicato del Gabinetto Reale, Pedro Sanchez è stato ricevuto dal Re Mohammed VI nel Palazzo Reale di Rabat: “L'udienza accordata al Capo dell'Esecutivo spagnolo è stata l'occasione di esaminare i vari aspetti delle relazioni bilaterali nelle sue componenti politiche, economiche, della sicurezza e culturali. Le questioni regionali ed internazionali sono state al menu di queste colloqui”.
Durante quest'udienza, il Re ed il Presidente del Governo spagnolo si sono accordati sulla necessità di impulsare maggiormente le relazioni bilaterali consolidando la concertazione politica e dando più dinamismo al partenariato economico concreto rafforzando in particolare il ruolo del settore privato.
 “Sul piano regionale, dopo aver rilevato l'eccellenza delle relazioni tra i due paesi e la convergenza delle vedute circa tutte le questioni affrontate, Sua Maestà il Re ed il Presidente del Governo spagnolo si sono rallegrati per il livello della cooperazione tra i due paesi di fronte alle multiple sfide riguardanti lo sviluppo, la sicurezza e la stabilità in Africa, in Mediterraneo ed in Medio Oriente”, fa sapere il comunicato.
All’udienza hanno assistito dalla parte spagnola, il Ministro dell’Interno, Fernando Grande Marlaska, l'ambasciatore di Spagna a Rabat, Ricardo Diez  Hochleitner, ed il segretario generale degli Affari internazionali alla Presidenza del governo, José Manuel Albares, mentre dalla parte marocchina, hanno assistito il consigliere del Re, Fouad Ali El Himma, il Ministro dell’Interno, Abdelouafi Laftit, il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Nasser Bourita, e l'ambasciatore di Sua Maestà il Re a Madrid, Karima Benyaich.


lunedì 28 agosto 2017

Terrorismo in Europa. Fallimento d’integrazione, criminalità e ideologia della morte

La moltiplicazione degli attacchi terroristici d'ispirazione jihadista, in Europa, nel corso di questi ultimi due anni, fra cui i tre recenti attentati perpetrati a Barcellona e a Turku, in Finlandia, pone con acutezza la questione dell'origine e delle cause di questa recrudescenza della violenza terroristica, che si è concretizzata in circa 38 attentati che hanno provocato decine di morti nella popolazione europea, lasciando tutte le religioni e tutte le comunità sbigottite e confuse.
Se è vero che i conflitti siriano ed iracheno hanno costituito un tipo di catalizzatore per questa ondata terroristica senza precedenti che ha colpito il Continente europeo - tenuto conto del ruolo centrale svolto dall'organizzazione terroristica ibrida ISIS, “Daech”, e, in una misura inferiore, da “Al Qaeda”, nella promozione dei nuovi concetti ideologici di quello che si vuole chiamare il “jihadismo globale” - la nascita e il consolidamento del pensiero jihadista deve molto anche a fattori endogeni, propri della società europea, laddove vivono frange delle Comunità musulmane in Europa, in particolare delle Comunità d'origine maghrebina, fortemente radicate in Francia, Belgio, Spagna, Germania, Paesi Bassi e Italia.
Questi fattori sono, tra l'altro, legati al sentimento di marginalizzazione, provato da alcuni giovani musulmani europei in mancanza di prospettive sociali rassicuranti; all'assenza di una politica di gestione efficiente delle questioni identitaria, culturale e religiosa; all'esacerbazione della xenofobia e del razzismo in alcune società europee, come testimoniano i successi elettorali di alcuni partiti di estrema destra.
Dinanzi a questa situazione, molti giovani musulmani europei, solitamente alle prese con le problematica dell'insuccesso scolastico e ridotti alla disoccupazione, si sono spinti verso la criminalità e la delinquenza, riempiendendo così gli ambienti carcerari in Europa nei quali alcuni di loro sono stati reclutati e indottrinati dagli ideologie dell'islamismo radicale.
Altri, in preda a una crisi identitaria, si sono rivolti verso i luoghi di culto controllati dai movimenti islamisti radicali (Fratelli Musulmani, Partito di Liberazione Islamica, Jamaat Al Adl Oual Ihsane), incubatrici dell'ideologia radicale, che orientano gradualmente le reclute verso “il Salafismo Jihadista” (raccomandato da Daech e Al Qaeda), che afferma che l'Occidente cristiano e “i Crociati” siano responsabili del declino della civiltà musulmana.
Di qui questa violenza inaudita, verificata nel corso degli attentati attribuiti a queste due organizzazioni terroristiche nel Continente europeo, che mostrano “una volontà apocalittica di distruzione massimale”, come si evince dagli attentati di Parigi (novembre 2015), di Bruxelles (marzo 2016), di Berlino (dicembre 2016), di Manchester (maggio 2017) e, più recentemente, di Barcellona (agosto 2017).
La maggior parte di questi attacchi ha la particolarità di essere stati realizzati da giovani elementi terroristici europei d'ascendenza maghrebina (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia); giovani per  quali l’unico legame con i Paesi del Maghreb è rappresentato dall'origine dei loro genitori o dei loro nonni. Questi giovani sono generalmente provenienti da ambienti svantaggiati in Europa; spesso hanno fallito nei loro studi e una parte di loro si è sviluppata in seno degli ambienti della delinquenza e della criminalità.
Per ciò che riguarda gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, si ritiene che gli elementi terroristici coinvolti siano tutti giovani belgi o francesi, nati e cresciuti in questi Paesi. Il kamikaze Ismael Omar Mostefai è un francese d'origine algerina, Samy Amimour è un altro francese d'origine algerina, Foued Mohamed Aggad è un francese d'origine marocchina, Brahim Abdeslam è un altro francese d'origine marocchina; e Abdelhamid Abaaoud, la mente degli attentati di Bruxelles, era un belga d'origine marocchina.
Nel caso degli attentati del 22 marzo 2016 a Bruxelles, si trova la stessa tipologia, cioè giovani cittadini belgi, certamente d'origine marocchina, ma che non hanno alcun legame con il Marocco, come i kamikaze Najim Laachraoui, Mohamed Abrini, Khalid El Bakraoui, Brahim El Bakraoui.
Gli attentati verificatisi il 17 e il 18 agosto 2017, a Barcellona e nella stazione balneare catalana di Cambrils, sono stati perpetrati da una cellula terroristica composta da 12 cittadini marocchini di età compresa tra i 17 e i 44 anni, tutti stabiliti in Spagna, cresciuti e scolarizzati in quel Paese. I fratelli Hichamy, Omar (21 anni) e Mohamed (24 anni), hanno accompagnato i loro genitori in Spagna fin dalla tenera età. I fratelli Abouyaaqoub, El Houssaine (19 anni) e Younes (22 anni), hanno vissuto in Spagna con i loro genitori sin dalla loro prima infanzia.
I fratelli Aalla, Said (19 anni), Youssef (22 anni) e Mohamed (27 anni), sono in Spagna, con i loro genitori, sin da quando erano bambini. Infine, Moussa Oukabir (17 anni) è nativo di Ripoll, in Spagna, mentre suo fratello, Driss (28 anni), vive in questo paese dall'età di 10 anni.
Da parte sua il cosiddetto imam Abdelbaki Essatty (44 anni), nato in Marocco, è un trafficante ben noto di stupefacenti, immigrato in Spagna nel 2000, dopo aver abbandonato la propria donna e i bambini, rimasti a Tetuan. Infine, Mohamed Hou Chemlal (21 anni), persona naturalizzata spagnola, vive in Spagna con i suoi genitori dall'età di 6 mesi.
L’evidenza di un gruppo terroristico staccato dal Regno marocchino sembra essere occultata da rappresentazioni mediatiche che tendono a mettere in primo piano le origini e la nazionalità marocchine delle persone coinvolte piuttosto di ammettere che si tratta di una deriva estremista di cui sono colpevoli, soprattutto, gli immigrati in rottura con le società d'accoglienza.
Da questo punto di vista, sarebbe errato demonizzare il paese d'origine dei terroristi in questione, dal momento che il Marocco non saprebbe, mai, essere responsabile del comportamento dei suoi cittadini cresciuti in Spagna, che sono europei a tutti gli effetti, e che semmai possono essere considerati prodotti della società nella quale vivono.
La stigmatizzazione gratuita del Marocco come “esportatore di terrorismo” equivarrebbe a fare credere che esista in Marocco una predisposizione genetica alla violenza, mentre la radicalizzazione dei terroristi nei loro Paesi di accoglienza si nutre dal fallimento delle politiche d'integrazione, unito ai problemi identitari, alle frustrazioni socioeconomiche, alla sensazione di rifiuto. Tutti fattori che rendono il radicalismo islamista più attraente, come è attestato dal caso recente del marocchino Abderrahmane Bouanane (23 anni), autore dell'attacco con coltello, del 18 agosto 2017, nella città finlandese di Turku. Bouanane è stato radicalizzato sul suolo finlandese, sposando le tesi di “Daech”, sotto l'influenza di un predicatore dell’odio stabilito in Finlandia.
La componente immigrazione è, ormai, determinante nel terrorismo che affligge i Paesi europei, dove gli attentati sono l'opera di giovani non integrati e radicalizzati, sia nelle prigioni, sia nelle moschee o nelle sale di preghiera non autorizzate, o che sono in contatto con intermediari dell’internazionale “jihadista”, incontrati sul web e sulle reti sociali.
Tuttavia, la radicalizzazione degli autori degli attentati di Barcellona nelle caverne di un luogo di culto di fortuna nella località di Ripoll, sotto l'influenza dell'imam autoproclamato Abdelbaki Essatty, dovrebbe suscitare un interesse dei media maggiore rispetto all’andare ad effettuare interviste a parenti lontani, fra cui i nonni che vivono in modo pacifico nei loro villaggi in Marocco.
Per concludere, se la minaccia terroristica incarnata da questa frangia di giovani terroristi europei d'ascendenza maghrebina espone direttamente l'Europa a un nuovo terrorismo di massa, ispirato da Daech e consimili, è diventata una fonte di preoccupazione di sicurezza principale per gli Stati europei, non occorrerebbe occultare la questione lancinante della minaccia trasversale, rappresentata da questi stessi giovani terroristici, contro i Paesi del Maghreb di cui sono originari i loro genitori e nonni, e dove le autorità di questi Paesi hanno messo in evidenza, in questi ultimi anni, la loro implicazione in progetti di attentati.
Piuttosto che consegnarsi a un esercizio di accuse non fondate e facili sulle origini di un terrorismo fondamentalmente ed esclusivamente europeo, occorrerebbe apprezzare e consolidare la dinamica di cooperazione eccellente che esiste in materia di lotta antiterroristica tra il Marocco e l'Europa (e riconosciuta da questi stessi Paesi europei!), e che ha permesso il fallimento di molti progetti di attacchi terroristici pianificati da Daech.

NB
Mentre scrivo, il ministero dell’Interno italiano fa sapere che: “Con un provvedimento firmato dal ministro dell'interno, Marco Minniti, è stata eseguita oggi, 28 agosto, l'espulsione di un cittadino marocchino, per motivi di sicurezza dello Stato.
Si tratta di un 37enne marocchino, detenuto per reati comuni, già inserito dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria nel “1° livello di analisi (Alto)” per aver esternato il proprio compiacimento in occasione dell’attentato al Museo del Bardo di Tunisi, ritenuto “una giusta risposta all’intervento militare della Coalizione internazionale nei Paesi di religione mussulmana”.
Il marocchino espulso aveva, altresì, aggiunto che non avrebbe avuto difficoltà né ad entrare nello Stato Vaticano per compiere atti violenti né ad avvelenare la rete idrica di Roma.
Inoltre, in carcere aveva fatto parte di un sodalizio attivo nel proselitismo estremista guidato da un altro jihadista tunisino legato all’ideologia dell’autoproclamato stato islamico. Insieme ad altri detenuti, nel giugno 2015, aveva anche organizzato una violenta spedizione punitiva nei confronti di un altro recluso.
Per questi motivi, è stato adottato il provvedimento di espulsione a firma del ministro dell'Interno ed è stato rimpatriato oggi con accompagnamento nel suo Paese di provenienza con un volo diretto in Marocco decollato dalla Frontiera aerea di Roma-Fiumicino.

Con questo rimpatrio, il 71° del 2017, risultano 203 le espulsioni di soggetti gravitanti in ambienti dell’estremismo religioso eseguite con accompagnamento nel proprio Paese dal gennaio 2015 ad oggi”.

mercoledì 1 febbraio 2017

Il Re Mohammed VI del Marocco al 28esimo vertice dell’UA. “Dare la leadership all'Africa”



In occasione del ritorno del Marocco in seno dell’Unione Africana, il Re Mohammed VI ha annunciato uno storico discorso, il 31 gennaio 2017, dinanzi ai capi di Stato e governo africani durante la conclusione del 28esimo vertice dell’Unione Africana tentasi ad Etiopia. Ecco alcuni passaggi.
Marocco non ha mai lasciato Africa
Il Sovrano ha sottolineato che “L'Africa è la mia casa”, indicando che il sostegno franco e massiccio alla richiesta del Marocco testimonia legami che collegano il Regno all'Africa.
La firma di circa 1000 accordi tra il Regno ed i paesi africani, nel corso delle 46 visite effettuate dal sovrano a questi paesi, mostrano chiaramente che il Marocco non ha mai lasciato l'Africa.
Nel corso dei numerosi spostamenti del sovrano infatti, progetti strategici di alta portata sono stati predisposti. Il Re ne ha enumerato alcuni. Inizialmente, il progetto di gasdotto africano atlantico iniziato con la Nigeria, che andrà a vantaggio dell'insieme del continente.
Il sovrano ha anche parlato dei molti progetti che mirano a migliorare la produttività agricola e favorire la sicurezza alimentare e lo sviluppo rurale. “Non sono né il gas, né il petrolio che soddisfaranno i fabbisogni alimentari di base!” citando come esempio le unità di fertilizzanti e l'iniziativa per l'adattamento dell'agricoltura africana al cambiamento climatico.
Un'azione cruciale per la stabilità dell'Africa e cooperazione solidaristica ed attiva
La pace e la stabilità del continente, una sfida per tutti i paesi. Mohammed VI ha ricordato l'impegno del Marocco nella difesa della stabilità del continente. Dall'indipendenza, il Marocco ha partecipato a sei operazioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite in Africa e ha condotto delle mediazioni in numerosi paesi in crisi, ha ricordato il Re.
 “La mia visione della cooperazione Sud-Sud è chiara e costante: Mio paese condivide ciò che ha, senza ostentazione”. Così ha evocato in questo senso la politica migratoria la cui prima fase ha permesso di regolarizzare la situazione amministrativa di 25.000 persone, “in uno spirito di solidarietà e d'umanesimo”.
Oltre ad offrire migliaia di borse agli studenti africani in Marocco, il Regno ha partecipato a sei operazioni di mantenimento della pace sotto l'egida dell’UNU, impiegando migliaia di uomini.
Dare la leadership all'Africa
Per il Re, il Marocco non ha nulla da provare. “Alcuni avanzano che, con quest'impegno, il Marocco mirerebbe ad acquisire la leadership in Africa. Rispondo loro che è all'Africa che il Regno cerca di dare la leadership”, ha detto, sotto un tuono di applausi.
“Non vogliamo affatto dividere, come alcuni vorrebbero insinuarlo!”
Lo vedrete: appena che il Regno si riunirà in modo effettivo, e che potrà apportare il suo contributo all'agenda delle attività, la sua azione contribuirà, al contrario, a federare ed andare avanti.
L’UA, famiglia istituzionale di riferimento
Il sovrano ha ricordato una verità storica. “Abbiamo partecipato all'arrivo di questa bella costruzione panafricana, e desideriamo tutto naturalmente trovare il posto che è nostro”. Nel suo discorso, ha richiamato lo spirito costruttivo e federativo che anima il ritorno del Regno all’UA, la sua famiglia istituzionale di riferimento. L'Unione del Magreb Arabo che non ha potuta concretizzarsi. “L’UMA si scioglierà nella sua incapacità cronica, ad incontrare le ambizioni del Trattato di Marrakech, che gli ha fatto nascere 28 anni fa”, ha deplorato.
Un ritorno costruttivo e federativo
Per Mohammed VI, il Marocco rientra nell'Unione africana dalla grande porta. Il Sovrano ha così richiamato le nazioni africane ad associarsi al dinamismo del Marocco, ritenendo che sia “tempo che le ricchezze dell'Africa vanno a vantaggio dell'Africa”. Un modo di porre fine a questi decenni di saccheggi e di valorizzare le risorse naturali ed il patrimonio culturale del continente.
Un continente dell’avvenire
Mohammed VI ha ricordato che L'Africa è oggi guidata da una nuova generazione di dirigenti che operano a favore della stabilità, dell'apertura politica, dello sviluppo economico e del progresso sociale delle loro popolazioni.
Impegno per l'Africa
Il Sovrano, infine, ha ricordato che il Marocco ha scelto “la via della solidarietà, della pace e dell'unione”, ribadendo il suo impegno a favore dello sviluppo e della prosperità del cittadino africano. “Noi Popoli dell'Africa, abbiamo i mezzi e la genialità, e possiamo insieme, realizzare le aspirazioni dei nostri popoli”, ha concluso, sotto gli applausi dei capi di Stato e di governi presenti.